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 CALIENDO

Il giudice tributario e la sua funzione

 

 

Il decreto 546 del 1992 ha cambiato il processo tributario, introducendo il principio della paritá delle parti e del contraddittorio.

 

Fino al 1992 i giudici tributari erano scelti dal presidente del tribunale o della corte d’appello: tale scelta avveniva in ragione di conoscenze, “raccomandazioni” e quant’altro; era una scelta fatta intuitu personae, poi vincolante per il ministro delle finanze, che una volta ricevuta l’indicazione doveva nominare quel professionista quale giudice tributario.

 

Nel ’92 é avvenuta una rivoluzione, perché attualmente non è piú prevista una selezione per nomina, ma vi é una selezione per concorso, basata sulla valutazione dei titoli e quindi sulla preparazione personale del futuro giudice.

 

La successiva formazione deve essere permanente, perché il giudice riceve la sua legittimazione dal modo in cui esercita la sua funzione tutti i giorni.

 

Eppure il legislatore del ’92 non si è spinto fino a creare un modello similare a quello della magistratura ordinaria, amministrativa e militare, ed allora è stato creato un consiglio di presidenza, su base nazionale, composto esclusivamente da giudici tributari.

 

Nel 2001, con la modifica della giurisdizione delle commissioni tributarie, si é esaltata la funzione del consiglio di presidenza, oggi composto da 11 componenti eletti dai giudici tributari – senza piú distinzioni di categioria –, 2 designati dalla camera dei deputati e 2 dal senato, scelti tra i professori universitari e tra gli avvocati con almeno 15 anni di professione.

 

Si é modellata cosí, anche per il giudice tributario, una situazione molto piú simile a quelle che sono le magistrature costituzionalmente previste.

 

Un’ultima modifica ha poi eliminato la temporaneitá dell’incarico, ed ha introdotto un sistema di trasferimenti interni per i giudici tributari, riservando i posti non coperti con trasferimenti esclusivamente a cittadini che non sono giudici tributari, eliminando il privilegio della precedenza assoluta di cui i giudici tributari godevano al momento della nomina in altre commissioni alla scadenza dei 9 anni di mandato.

 

Fino al ’92 inoltre vi era una limitazione della giurisdizione che era data dall’art. 2, in cui erano indicate specificamente le materie oggetto della giurisdizione tributaria, e contestualmente dall’art. 19 che indicava gli atti che potevano essere impugnati: nel 2001, con la legge finanziaria, si é avuta una grande rivoluzione – tanto da far gridare qualcuno all’incostituzionalitá – che ha allargato la giurisdizione tributaria, che attualmente è unica, poiché si prescinde sia dal nome del tributo, sia dalla sua qualificazione.

 

Di fronte a tutti questi cambiamenti il legislatore si é posto il problema della imparzialitá del giudice tributario e questo ha determinato una maggiore attenzione ai problemi di compatibilitá.

 

Mentre, secondo il vecchio sistema, tra i giudici delle commissioni vi potevano essere anche dipendenti dell’amministrazione finanziaria, ossia funzionari del ministero delle finanze, oggi la legge ha eliminato tale possibilitá, cosí come – dall’altra parte – ha eliminato la possibilitá che possa essere giudice tributario chi svolge attivitá di difesa davanti alle stesse commissioni tributarie di cui fa parte.

 

Anche l’abolizione del 3° comma dell’art. 7, che attribuiva al giudice tributario i poteri di informazione, va inquadrata nel tentativo di modellare sempre piú il processo trbutario a quello civile, questa volta sul fronte dell’onere della prova., anche se tale abolizione non toglie al giudice la possibilità di adottare dei provvedimenti ex artt. 210 o 213 cpc sulla produzione di documenti.

 

Una grande attenzione si presta poi alla formazione continua tanto dei giudici quanto di coloro che svolgono attivitá di difesa.

 

All’interno delle commissioni tributarie vi é una pluralitá di saperi professionali diversi, e questo, a mio avviso, é un bene: avvicinandosi sempre piú ad un processo tecnico, si avverte la necessitá di avere cognizioni specifiche sia da parte dei giudici che da parte dei difensori.

 

In questo particolare processo va inoltre difesa la collegialitá del giudice, una collegialitá che si regge su conoscenze e formazioni professionali diverse, che puó determinare una decisione coerente con gli obiettivi che uno stato democratico si prefigge.

 

Ecco, allora, il mio “no” all’ipotesi di un giudice tributario monocratico.